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Coordinare le attività tra parrocchie vicine: i vantaggi poco noti della sinergia comunitaria

📅 27 Agosto 2026✍️ di Elisa Bregoli⏱️ 5 min di lettura

Quando ho iniziato a coordinare le attività dopo-scuola in parrocchia, pensavo che le cose dovessero restare circoscritte alle mura della mia chiesa. Poi, qualche anno fa, mi è capitato di recente di incontrare don Stefano, parroco della chiesa a due chilometri di distanza, e scoprii che stava affrontando esattamente i miei stessi problemi: come gestire le iscrizioni d’estate, come organizzare i campi scuola, come trovare volontari affidabili. Quella conversazione pomeridiana davanti al bar della piazza mi ha aperto gli occhi su una possibilità che molti operatori parrocchiali sottovalutano: la sinergia tra comunità vicine non è un lusso, è una necessità pratica che fa funzionare meglio tutto.

Quando la solitudine organizzativa diventa un limite

Nel nostro circondario sono tre le parrocchie attive con programmi educativi per ragazzi e famiglie. Per anni abbiamo lavorato in parallelo, senza scambiarci nemmeno un’informazione. Ognuno tirava avanti con le proprie risorse umane ed economiche, spesso in condizioni di precarietà. Don Stefano aveva un educatore formato ma poche attività; io avevo idee ambiziose ma poche mani per realizzarle; la parrocchia di San Giorgio, più grande, aveva strutture migliori ma poche iniziative innovative.

Ho cominciato a rendermi conto che questa frammentazione creava dei vuoti. Quando organizzavamo un campo scuola, ciascuno reclutava i propri ragazzi, molte famiglie della zona non sapevano nemmeno che l’attività esistesse. Se un’iniziativa saltava per mancanza di budget, non c’era possibilità di supporto esterno. I giovani volontari che si offrivano di aiutarci dovevano imparare tutto da zero, senza condividere metodologie già sperimentate altrove.

Quello che mi ha colpito maggiormente è stata la ricaduta emotiva: le famiglie si sentivano meno accolte. Una mamma mi ha chiesto una volta perché non riuscivamo a offrire lo stesso livello di attività della parrocchia nei comuni vicini. Quella domanda mi ha spinto a cercare una soluzione diversa.

Come abbiamo iniziato: piccoli passi coordinati

Non abbiamo fatto niente di straordinario. Semplicemente, io e don Stefano abbiamo deciso di bere un caffè insieme una volta al mese. In quei pomeriggi ristretti raccontavamo quello che stava accadendo, gli ostacoli che incontravam, le idee che avevamo. Dopo due mesi, è arrivato naturale pensare: perché non facciamo un’attività insieme?

La prima iniziativa è stata modesta: un laboratorio di cucina nel mese di novembre. L’idea era semplice: ciascuna parrocchia portava i propri ragazzi (una ventina in totale) in una cucina parrocchiale neutrale e condivisa. I costi erano dimezzati. La varietà di ragazzi da paesi diversi ha creato una dinamica inaspettata: molti non si conoscevano, c’era curiosità reciproca, le chiacchiere durante la preparazione della pasta hanno scioltezza relazioni prima rigide. Le mamme dei ragazzi, vedendoli felici, hanno cominciato a parlarsi tra loro. Alcune hanno scoperto di vivere a pochi minuti di distanza e di non essersi mai incontrate prima.

Quella semplice attività ci ha mostrato il primo vantaggio pratico: economie di scala. Un educatore professionista anzichè due; una cucina condivisa anzichè affittare spazi; fornitori che facevano prezzi migliori per ordini più grandi. Non è ricchezza, ma quella decina di euro risparmiata per ragazzo significa poter offrire attività gratuite a famiglie che altrimenti non potremmo raggiungere.

I vantaggi che nessuno racconta

Dopo un anno di coordinamento più strutturato, posso dire che gli effetti vanno oltre l’economia. Il primo è la qualità della formazione dei volontari. Quando organizziamo un corso per educatori, lo facciamo con gli iscrivibili di tre parrocchie. Una quindicina di persone invece di cinque. Riusciamo a permetterci esperti veri, persone che hanno competenze Scienze dell’educazione|educative consolidate. Chi partecipa impara davvero e poi torna nella propria comunità portando quella preparazione.

Il secondo vantaggio è l’accoglienza delle famiglie vulnerabili. Insieme abbiamo creato un elenco condiviso di situazioni fragili: un ragazzo con difficoltà di apprendimento, una famiglia in crisi economica, un bambino che ha perso il padre. Invece di lasciar cadere queste persone, ora sappiamo chi contattare, come accompagnarle, quale attività potrebbe essere utile per quel singolo caso. Don Stefano conosce una assistente sociale, io conosco un ragioniere che offre consulenze gratuite. Mettiamo insieme le nostre risorse di relazione e le famiglie se ne accorgono.

Il terzo, che dico sempre meno volentieri perché sembra banale, è l’effetto sulla spiritualità comunitaria. Quando ragazzi di parrocchie diverse partecipano agli stessi momenti di preghiera o di catechesi, cresce una consapevolezza: non siamo quattro gruppetti isolati, siamo parte di una diocesi, di una Chiesa più grande. Gli adolescenti cominciano a frequentare eventi diocesani con meno timidezza. Le famiglie si sentono parte di una rete, non sole di fronte alle sfide educative.

Gli errori da non commettere

Non voglio dare l’impressione che funzioni tutto alla perfezione. Ho imparato sulla mia pelle gli errori da evitare. Primo: non partire da accordi troppo formali. Molti parroci hanno paura che coordinare significhi perdere autonomia. Se iniziate con verbali complicati e regolamenti, alcuni si tireranno indietro. Cominciate con una semplice riunione mensile, documento di mezza pagina, niente di più.

Secondo errore: non dimenticare di comunicare alle famiglie quello che state facendo. Se non spiegate chiaramente che le attività sono “coordinate tra tre parrocchie”, molti non capiscono il valore aggiunto e continuano a sentirsi frammentati.

Terzo: non lasciate che la Burocrazia|burocrazia amministrativa diventi un muro. Ogni parrocchia ha i suoi registri, le sue polizze assicurative, i suoi regolamenti. Sì, coordinare significa affrontare questi dettagli, ma non devono scoraggiarvi.

Dopo questi anni, posso affermare che la sinergia tra comunità parrocchiali vicine non è un’opzione di lusso. È il modo più concreto per stare veramente accanto alle famiglie, per offrire servizi educativi degni, per far sentire a ragazzi e ragazze che appartengono a una comunità che li vede, li conosce e li accompagna sul serio.

Elisa Bregoli

Elisa, cresciuta nelle campagne del ferrarese, ha vissuto l'Azione Cattolica fin da ragazza e oggi guida le attività di dopo-scuola in parrocchia. È particolarmente attenta alle dinamiche di accoglienza delle famiglie e alle tradizioni religiose locali.