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Spiritualità

Cosa fare quando si fatica a perdonare? Un esercizio spirituale concreto che cambia la prospettiva

📅 28 Agosto 2026✍️ di Caterina Valenti⏱️ 4 min di lettura

Perdonare chi ci ha ferito non è un gesto istintivo: richiede tempo, consapevolezza e, spesso, un percorso interiore complesso. Negli ultimi mesi, nella mia esperienza di catechesi parrocchiale, ho osservato come sempre più persone sentano il peso del risentimento, pur desiderando liberarsene. La difficoltà nel perdonare rappresenta una delle questioni spirituali più frequenti durante i colloqui con i fedeli, soprattutto quando il dolore è profondo e la ferita ancora fresca.

Perché perdoniamo difficilmente

Il perdono non è una questione di buona volontà soltanto. Quando subiamo un’ingiustizia, il nostro primo istinto è difensivo: proteggere noi stessi dal dolore. La mente tende a mantenere viva la memoria del torto, come se restare arrabbiati potesse impedire che la situazione si ripeta. È un meccanismo di sopravvivenza, per così dire, che ha radici profonde nella nostra psicologia.

La tradizione cristiana, tuttavia, invita a guardare oltre questo istinto naturale. Secondo Gesù di Nazareth|il messaggio cristiano, il perdono non è una debolezza, ma un atto di forza interiore. Nel Vangelo di Matteo, quando Pietro chiede quante volte dovrebbe perdonare, la risposta è “settanta volte sette”, non come numero esatto, ma come indicazione di un atteggiamento senza limiti.

La resistenza al perdono spesso nasce dalla convinzione errata che perdonare significhi approvare ciò che è accaduto o permettere che la persona offensiva continui a farci male. In realtà, il perdono autentico è un atto di libertà personale, un processo che riguarda principalmente chi perdona, non chi viene perdonato.

Un esercizio spirituale pratico e concreto

Desidero condividere un esercizio che ha aiutato molti dei fedeli con cui ho lavorato. Non è una soluzione magica, ma un percorso graduale che cambia la prospettiva su chi abbiamo in mente di perdonare.

Il primo passo consiste nel sedersi in un luogo tranquillo e scrivere una lettera non destinata a essere inviata. In questa lettera, si esprimono onestamente tutti i sentimenti: la rabbia, il dolore, la delusione, persino la vendetta se è ciò che proviamo. Non serve essere corretti o diplomati. L’obiettivo è far emergere quello che restava sepolto dentro. Molte persone scoprono che la vera radice del risentimento è diversa da ciò che credevano.

Il secondo passo è meditare sulla sofferenza dell’altro. Non per giustificarlo, ma per umanizzarlo. Quasi sempre, chi ci fa male agisce da un proprio dolore. Non è scusa, è contesto. Durante questo momento, ci si domanda: quali circostanze, quali paure, quale sofferenza potrebbe aver spinto questa persona a comportarsi così? Questo non significa minimizzare il torto, ma ampliare la visione.

Il terzo passo è la rinuncia consapevole. Si tratta di un momento quasi rituale: si rillegge la lettera e consapevolmente si decide di non portare più il peso di quell’offesa. Alcuni fedeli bruciano la lettera, altri la ripongono in un luogo sacro. L’importante è il gesto simbolico del lasciar andare.

Questo esercizio non porta a una riconciliazione immediata, né trasforma magicamente il rapporto. Ma modifica l’equilibrio interno, permettendo a chi perdona di riacquistare il controllo sulla propria serenità.

Il ruolo della comunità parrocchiale nel perdono

Durante i corsi di preparazione al matrimonio che coordino presso la parrocchia, affronto sempre il tema del perdono come fondamento della convivenza duratura. Le coppie scoprono che il risentimento accumula nel tempo e che la capacità di perdonarsi reciprocamente è uno dei fattori che determina la stabilità del rapporto.

La comunità parrocchiale gioca un ruolo cruciale in questo cammino. Non siamo soli nel nostro dolore, e la liturgia stessa, con il rito della confessione e l’eucaristia, offre momenti strutturati per elaborare il perdono. Anche le testimonianze di altri fedeli, gli insegnamenti durante le omelie, il supporto dei gruppi di preghiera, contribuiscono a creare un ambiente in cui il perdono non è visto come eccezione, ma come parte della vita spirituale ordinaria.

Nel quotidiano della vita parrocchiale, noto come le piccole riconciliazioni preparano il terreno per quelle più importanti. Imparare a perdonare chi ci taglia la strada in macchina, chi ci fa un’osservazione scortese, chi non tiene una promessa minore, allena lo spirito al perdono nei confronti delle ferite più profonde.

Perdonare rimane una sfida, perché tocca le nostre zone più fragili. Ma ogni volta che scegliamo di percorrere questo cammino, reclamiamo la nostra libertà interiore e coltiviamo quella pace che nessun risentimento potrà mai darci.

Caterina Valenti

Caterina, di Mantova, ha fatto del servizio parrocchiale parte integrante della sua vita, gestendo i corsi di preparazione al matrimonio. Ha vissuto in una casa canonica per un periodo, documentando la spiritualità dei piccoli gesti quotidiani e la formazione dei gruppi giovani adulti.