Come superare i dubbi nella fede? I consigli che hanno aiutato molti a ritrovare speranza

Sono Piero Lazzarini, volontario in cappellania in un istituto penitenziario romano e catechista di parrocchia. Ogni settimana ascolto la stessa domanda con voci diverse: chi esce dalla messa presto e chi rientra in cella tardi. Il dubbio attraversa tutti, ma quando lo guardiamo in faccia diventa un varco: è lì che spesso rinasce la speranza.
Perché è normale avere dubbi nella fede?
Avere dubbi nella fede è normale e persino sano. Il dubbio apre domande oneste che possono rafforzare il cammino spirituale, se affrontato con sincerità e pazienza. Non è il contrario della fede, ma la sua palestra.
Nei colloqui in cappellania sento spesso dire: “Non credo abbastanza”. Il dubbio, in realtà, è il modo in cui la coscienza cerca verità e coerenza. Lo ricordava anche il Concilio Vaticano II quando valorizzava la dignità e la libertà interiore del credente.
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Preparare i bambini alla Cresima: strategie pratiche per un percorso coinvolgenteIn parrocchia lo vedo nei giovani che tornano da un lutto, in carcere nei padri che hanno perso la rotta. L’onestà di dire “non capisco” diventa un primo atto di fede: riconosco che Dio è più grande delle mie categorie.
La notizia, da cronista della vita reale, è che chi nomina il proprio dubbio raramente ne rimane prigioniero. È il silenzio imbarazzato, non il punto interrogativo, a mangiare la speranza.
Come posso ritrovare fiducia quando mi sento lontano da Dio?
Ripartire da piccoli gesti quotidiani restituisce bussola e fiducia. Un ritmo semplice di parola, relazione e servizio fa spazio a Dio anche quando l’emozione manca. La distanza si colma camminando, non aspettando.
Nel reparto dove entro il giovedì, un detenuto che chiamerò G. ha ricominciato così: tre minuti di silenzio all’alba, un Salmo letto piano, un grazie scritto su un foglietto. Dopo un mese mi ha detto: “Non sento fuochi d’artificio, ma mi accorgo di non essere solo”.
- Respira e nomina: “Oggi mi sento lontano, ma vengo lo stesso”. La sincerità spezza l’isolamento.
- Un versetto al giorno, sempre alla stessa ora. La regolarità protegge dall’altalena emotiva.
- Un gesto concreto di bene (una telefonata, una visita, una spesa sospesa). La carità raddrizza la rotta del cuore.
- Un volto affidabile: parroco, amico, cappellano. La fede cresce a voce bassa, in relazione.
In parrocchia consiglio spesso un quaderno dei segni: appuntare le piccole luci della settimana. Vedere l’elenco, alla lunga, pesa più del buio.
La preghiera funziona anche quando non sento nulla?
Sì. La preghiera non è misurata dall’emozione che provi, ma dalla fedeltà con cui ti affidi. Anche il silenzio arido può essere un’offerta vera, come un bicchiere d’acqua lasciato sull’altare.
Nel braccio C un ragazzo, M., ripete ogni sera il Salmo 130: “Dal profondo a te grido, Signore”. Mi dice: “A volte non mi esce la voce; sta pregando il salmo per me”. La preghiera è anche ascolto di parole più grandi delle nostre.
Qualche pratica semplice funziona nel quotidiano:
- Preghiera del respiro: “Signore Gesù” inspirando, “abbi pietà” espirando. Due minuti, ovunque.
- Lectio breve: leggere il Vangelo del giorno, scegliere una parola, portarla con sé.
- Rosario tascabile: dieci Ave Maria nei tempi d’attesa (fermata, corridoio, corridoio del carcere).
Se non senti nulla, non forzare. Presentati. La costanza è il ponte che, giorno dopo giorno, porta la sensibilità a ripartire.
Cosa posso fare di concreto in parrocchia per ripartire?
Mettersi in cammino con una comunità accende la speranza. Un servizio, un gruppo biblico, un momento di ascolto sono luoghi dove il dubbio trova casa e senso.
Le piste più efficaci che vedo funzionare:
- Gruppo Parola e vita: un’ora a settimana su un testo, con domande esplicite. Non si cercando risposte perfette, ma passi possibili.
- Sportello di ascolto: 20 minuti con un referente preparato. Dire ad alta voce riordina il cuore.
- Volontariato semplice: doposcuola, mensa, visita agli anziani. La fede si rialza quando le mani lavorano.
- Riconciliazione e accompagnamento: un colloquio al mese con il sacerdote o una guida laica formata.
In carcere lo chiamo “allenamento a bassa soglia”: partire da ciò che è sostenibile oggi. Anche in parrocchia vale la regola dell’”un passo buono”: piccolo, ma ripetuto.
Come parlare dei miei dubbi senza essere giudicato?
Scegli uno spazio sicuro e persone che ascoltano più di quanto parlano. Preparati con due o tre esempi concreti e una domanda chiara: aiuta l’altro a capirti e a rispondere.
Nei nostri incontri uso una cornice semplice: riservatezza, tempo uguale per tutti, niente sermoni. È sorprendente come il rispetto faccia maturare verità. Lo insegnano anche le Regole Mandela, che mettono al centro dignità e ascolto, persino in contesti difficili.
Un trucco professionale da cronista: scrivi il tuo dubbio in una frase corta, poi rileggila ad alta voce. Spesso la domanda si fa più precisa e meno schiacciante. Portarla così in colloquio la rende condivisibile.
E quando temi il giudizio? Ricorda che chi ti accoglie non firma pagelle. Sta solo accendendo una lampada perché tu veda meglio la strada.
I momenti bui possono diventare un cammino di speranza?
Sì, se vengono attraversati con compagnia, verità e atti piccoli ma costanti. La speranza non è ottimismo: è fiducia operosa che rilegge il buio alla luce di un bene più grande.
In parrocchia una mamma, Sara, ha trasformato un periodo di rabbia in un servizio al catechismo: “Se restavo sola, impazzivo. Con i bambini ho imparato a sorridere di nuovo”. In carcere L., dopo una perdita dolorosa, ha iniziato a scrivere lettere di scuse che non poteva spedire: oggi fa da ponte tra compagni in lite.
La Pasqua cristiana non cancella la croce, la attraversa. Quando custodiamo un gesto buono al giorno, il dolore smette di essere tiranno e diventa maestro severo ma giusto. Le storie cambiano così, con realismo e tenacia.
Che ruolo ha la Bibbia quando tutto vacilla?
La Bibbia offre parole e volti che attraversano il dubbio prima di noi. Leggerla come dialogo, non come manuale, evita pesi inutili e apre strade concrete.
Consiglio tre sentieri: i Salmi (dicono tutto, anche la rabbia), il Vangelo di Marco (secco, essenziale, perfetto per ripartire), le parabole come specchi di vita. In cappellania lavoriamo spesso a margine: una parola sottolineata, una domanda scritta, un impegno in calce. Così la pagina scende nella giornata.
Una volta al mese, prova un’ora di silenzio con il testo. Non per capirlo tutto, ma per lasciarti capire un po’ di più.
Quali sono le domande rapide più frequenti?
- Posso dubitare e comunicarmi? Parla col sacerdote: spesso sì, se non c’è rifiuto consapevole della fede.
- Quanto devo pregare al giorno? Meglio 10 minuti fedeli che un’ora a intermittenza.
- Se mi arrabbio con Dio è peccato? No: portare a Dio la rabbia è già preghiera vera.
- Meglio pregare da solo o in gruppo? Entrambi: intimo per radicarti, comunità per sostenerti.
- E se ricado nel buio? Ricomincia dal primo passo buono: oggi, non domani.

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